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Intestazione Fiduciaria di partecipazioni sociali e legittimazione ad agire in giudizio.

Società fiduciaria e foro del consumatore

Con la sentenza n. 3656 del 14.02.2018 la Suprema Corte si è nuovamente pronunciata in merito alla legittimazione del fiduciante ad agire in giudizio per la tutela dei diritti connessi ai valori oggetto di amministrazione fiduciaria, in particolare partecipazioni sociali.

Procediamo con ordine.

a) Legittimazione della società fiduciaria ad agire in giudizio per conto del fiduciante:
In primis, l’orientamento prevalente di dottrina e giurisprudenza inquadra il mandato fiduciario quale “contratto atipico” riconducibile al mandato senza rappresentanza, ex art. 1705 c.c.. Il mandato fiduciario, più precisamente, si realizza mediante il collegamento di due negozi:
(i) il primo di carattere esterno, costituito da un negozio reale traslativo realmente voluto e con efficacia verso i terzi (si pensi, ad esempio, all’iscrizione in CCIAA della nuova compagine a seguito di intestazione diretta di quote di una SRL), e
(ii) il secondo di carattere interno (il contratto sottoscritto tra Fiduciante e società Fiduciaria - il vero e proprio “pactum fiduciae”) anch’esso effettivamente voluto, ma con effetti obbligatori solo tra le parti e diretto a modificare il risultato finale del primo negozio, a fronte del quale il fiduciario [la società fiduciaria] è tenuto a ritrasferire il bene al fiduciante od a un terzo (Cass. Civ., 5507/2016; Cass. Civ., n.17785/2015).

L’intestazione fiduciaria di quote di partecipazione al capitale di una società integra, pertanto, gli estremi dell’interposizione reale di persona, per effetto della quale l’interposto [la società fiduciaria] acquista (a differenza del caso di interposizione fittizia o simulata) la titolarità delle quote, pur essendo tenuto, in virtù di un rapporto interno di natura obbligatoria [il mandato fiduciario], a ritrasferire al fiduciante la partecipazione stessa secondo il contenuto degli accordi specifici sul punto (Cass. Civ., n. 9402/2005; Cass. Civ., n.13261/1999; da ultimo Trib. di Roma n. 3819/2016, Trib. di Roma, 13250/2016; Trib. di Milano 2647/2016).

Conseguentemente, la società fiduciaria, sebbene obbligata nei confronti del fiduciante a tenere un determinato comportamento (nel caso in esame, l’amministrazione delle quote secondo le istruzioni impartite dal fiduciante stesso), è l’unica titolare delle quote e interlocutore esclusivo della società e, in quanto tale, unica legittimata all’esercizio dei diritti sociali.

Inquadrata la fattispecie del mandato fiduciario quale contratto atipico che realizza un‘interposizione reale, l’attenzione si sposta sul secondo comma dell’art. 1705 c.c. che prevede “… il mandante [il fiduciante] sostituendosi al mandatario [la società fiduciaria], può esercitare i diritti di credito derivanti dall’esecuzione del mandato, salvo che ciò possa pregiudicare i diritti attribuiti al mandatario ...”.

La nozione di “diritto di credito”, di cui alla citata disposizione, secondo l’orientamento maggioritario (vedasi sentenze sopra menzionate) deve essere circoscritta al solo esercizio dei diritti di credito acquistati dal mandatario [la società fiduciaria], rimanendo escluse le azioni poste a loro tutela (per tutte, Cass. Sez. un., n. 24771/2008).

Il fiduciante, pertanto, non può sostituirsi alla società fiduciaria nell’agire in sede giudiziale nei confronti dei terzi (società, amministratori, ecc.) per esperire azioni contrattuali (es. risoluzione per inadempimento, risarcimento dei danni, ecc.), ma può esperire solamente azioni dirette al soddisfacimento del credito. Di conseguenza, ogni azione spettante al socio deve essere esercitata dalla società fiduciaria, quale socio formale.

b) Esclusione della legittimazione della società fiduciaria ad agire in giudizio per conto del fiduciante:
Si riscontra sul tema, un orientamento minoritario che partendo dal disposto di cui all’art. 81 del codice di rito (“Fuori dai casi previsti dalla legge nessuno può far valere nel processo in nome proprio un diritto altrui”), esclude la possibilità per la società fiduciaria di incardinare un’azione giudiziale nei confronti di un terzo per conto del fiduciante.

c) Ultima pronuncia della Corte di Cassazione:
Come anticipato, di recente gli Ermellini si sono pronunciati sul tema, seppur con riferimento a una fattispecie ben precisa. La pronuncia, infatti, nasce dal caso di socio (per il tramite di una società fiduciaria) che, sulla base di una situazione patrimoniale falsamente redatta per l’ipotesi di cui all’art. 2447 c.c. (abbattimento e ricostruzione del capitale sociale), non aveva esercitato il diritto di opzione, con la conseguenza - di fatto - di una fuoriuscita dalla società.

La sentenza risponde, quindi, alla questione se, in presenza d’intestazione fiduciaria di una partecipazione, sussista in capo al fiduciante la titolarità dell’azione di responsabilità contro gli amministratori (ai sensi dell’art. 2395 c.c.) per il danno patito a seguito dell’uscita dalla società per l’azzeramento del capitale sociale, deliberato sulla scorta di una situazione patrimoniale falsa redatta dagli amministratori e recante perdite insussistenti.

In primo luogo, i Giudici di legittimità partendo dal presupposto che l’intestazione fiduciaria sia un’interposizione reale di persona, realizzata attraverso il collegamento tra due negozi giuridici (uno di carattere esterno con efficacia verso i terzi e uno di carattere interno diretto a modificare il risultato del primo), hanno confermato chiaramente come tutte le azioni a tutela della posizione del socio “spettano al fiduciario [la società fiduciaria], in quanto formalmente socio”.

La sentenza in commento, in secondo luogo, merita attenzione in quanto si interroga sulla causa del mandato fiduciario, arrivando alla conclusione che nel contratto in esame “la causa non risiede né nel trasferimento del bene né nella sostituzione del mandante [il fiduciante] ai fini del compimento di specifici atti, ma nella combinazione dei due momenti allo scopo della c.d. spersonalizzazione della proprietà […] come contratto unitario, avente causa propria, pur nell’ambito del genus dell’agire per conto altrui”.

Entrando nel merito della sentenza in esame (azione di responsabilità degli amministratori esperita direttamente dal fiduciante), parrebbe da una prima lettura, come il fiduciante, quale socio sostanziale, sia legittimato ad agire in giudizio per il risarcimento del danno patito.

In realtà, da una attenta esamina, il fiduciante viene legittimato solamente all’azione individuale del terzo (si badi bene, che la Corte di Cassazione non utilizza l’espressione “azione del socio”, la quale viene espressamente attribuita alla società fiduciaria, quale intestataria reale della partecipazione) e al solo fine di ottenere “il risarcimento del danno a lui direttamente cagionato dalla lesione al diritto di ritrasferimento della partecipazione sociale”. Infatti, una volta venuta meno la partecipazione per effetto dell’abbattimento del capitale sociale si annullano le quote di partecipazione con la conseguenza che:
a) sotto il profilo esterno (socio formale e società): si scoglie il rapporto sociale tra socio e società. Precisa la Suprema Corte che dopo l’azzeramento del capitale sociale in capo al socio formale Intestazione Fiduciaria di partecipazioni sociali e legittimazione ad agire in giudizio (la società fiduciaria) residuano alcune situazioni giuridiche soggettive, tra cui proprio il diritto di opzione che, nel caso di specie, il fiduciante lamenta essere stato leso. Tale azione viene espressamente attribuita alla società fiduciaria, quale socio formale.
b) sotto il profilo interno (società fiduciaria e fiduciante): l’oggetto di intestazione fiduciaria si annulla, pertanto, si determina per la società fiduciaria l’impossibilità materiale di ritrasferire la partecipazione al fiduciante.

In ragione dell’impossibilità di ritrasferire la partecipazione, si determina per il fiduciante una “lesione aquiliana del credito” (trovando, quindi, piena applicazione l’art. 1705, comma II, c.c.), il quale - in qualità di soggetto terzo nei confronti della società - è titolato ad esperire l’azione individuale ex art. 2395 c.c., spettante al terzo direttamente danneggiato del fatto illecito degli amministratori. Concludendo, il fiduciante può instaurare personalmente un’azione nei confronti dei terzi esclusivamente per la tutela del proprio diritto di credito (ex art. 1705, comma II, c.c.), lesione del credito che si realizza allorquando per fatto illecito altrui si determina l’impossibilità per la società fiduciaria di ritrasferire la partecipazione al fiduciante stesso.