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Bail in e tutela del risparmio

Michele Calleri

 

In uno scenario forzatamente post rurale,  dove gli edifici bancari hanno sostituito, per magnificenza simbolica e capacità di aggregazione, quelli storici ed ecclesiastici, ritorna, a monito di coloro che eventualmente ricercano l’empia plusvalenza sul capitale investito, la mannaia del Principe che, con la scusa di salvare il sistema, ne abbatte drasticamente il risparmio.

Del resto, il micro equilibrio locale, dove i Cittadini trovavano lavoro presso l’Impresa, che veniva finanziata dalla Banca, con il risparmio che loro producevano, in quanto scarsi consumatori, non era che una ipocrisia, fondata sul valore convenzionale dato alle cose prodotte ed al lavoro prestato, “distrutto dalla globalizzazione”.

 

Quanto premesso, alcuni non capiscono perché queste crisi finanziarie dovrebbero essere gestite dallo stesso Governo che ha anticipato gli effetti del bail in bancario (Decr. Lgs. 16.11.2015 nn. 180-181, di recepimento della Dir. 2014/59/UE - c.d. BRRD – Bank Recovery and Resolution Directive) mentre ancora non ha recepito le nuove norme sull’armonizzazione degli obblighi di trasparenza, riguardanti le informazioni sugli emittenti i cui valori mobiliari sono ammessi su un mancato regolamento (cfr. legge 9.7.2015 n.114 sulle Dir. 50, 57 e 65/2013 UE).

 

Prima, il c.d. risparmiatori traditi si erano tradizionalmente rivolti alla Magistratura che, sin dagli anni ’80, ha perseguito, con inflessibile lentezza, i personaggi ritenuti responsabili di “truffe finanziarie”, ma non gli Istituti di credito, quand’anche fossero stati depositari dei conti da loro aperti per conto dei risparmiatori.

Quand’anche fosse poi stata individuata una responsabilità diretta da parte degli amministratori della Banca, i Giudici penali, solo su nostra insistenza, avevano concesso ai risparmiatori “truffati” un minimo di partecipazione ai loro sfiancanti processi, in concorso con Curatori fallimentari ed altri rappresentanti della massa creditizia, a titolo di meri danneggiati “morali” per il pregiudizio economico subito dalla perdita dei loro averi.

 

Parimenti, se volessimo esaminare la questione dal punto di vista civilistico, a fronte della originaria sanzione di nullità del contratto, prevista  per “chiunque” avesse sollecitato il pubblico risparmio senza aver prima depositato un prospetto informativo presso la Consob (art. 18 ter, introdotto nella legge  7.6.1974 n. 216 dalla legge 23.3.83 n. 77) il genio italico ha portato, dapprima a separare i mercati, esentando dalla previsione l’attività di promozione finanziaria delle Banche e (per molto più tempo) delle assicurazioni, sottoponendo a regolamento stringente solo gli intermediari finanziari non bancari (legge 2.1.1991 n. 1 sulle SIM), salvo poi, sulla spinta della Comunità Europea (legge 26.12.2005 n. 262), rivoltare la frittata sui prodotti collocati mediante una profusione di definizioni (da titoli a strumenti finanziari) e di competenze (dalla consulenza, all’amministrazione, alla vendita etc.), che hanno infine portato la Cassazione ( a Sezioni Unite, con le sentenze nn. 26724 e 26725/07) a dichiarare che, in caso di violazione delle norme a tutela del pubblico risparmio, non più di nullità debba generalmente trattarsi, bensì di valutazione sulla gravità dell'inadempimento del soggetto intermediario.

 

Così è che è stato tutto un fiorire di ostacoli al sollecito accertamento dei diritti dell’investitore truffato, dalla previsione che le relative controversie andassero sottoposte ad un “nuovo rito societario”, pieno di trabocchetti e preclusioni per l’attore, al successivo obbligo che queste fossero sottoposte ad una preventiva mediazione da espletarsi, beninteso, dinanzi ad Organi di Conciliazione graditi dall’Associazione bancaria (tale non è ancora quello presso la Consob, differentemente da quanto accade in altri Paesi europei).

 

Ecco però che questa sottile arte di logoramento dei diritti dei risparmiatori viene punita dallo stesso mercato, divenuto così sensibile al punto da rivoltarsi di fronte ad “inadempimenti” conseguenti alla vendita indiscriminata di “titoli tipici” - di mere obbligazioni bancarie, negoziate su di un mercato opaco, ma loro riservato, talvolta collocate a mezzo di “contratti di massa” (tipo il mutuo”), difficilmente assimilabili a quelli di investimento (cfr. Cass. 3.2.2012 n. 1584, in BBTC 2013, 138): segno inequivocabile che il concetto volgare di “pubblico risparmio” che le lobbies ed i movimenti politici hanno cercato di sezionare (distinguendo risparmiatori, investitori e probabili evasori fiscali) mantiene la sua unicità se contrapposto agli intermediari finanziari e la fiducia personale tra gli operatori, Risparmiatori compresi, ha ancora un senso: il risparmio si sollecita infatti tramite sogni (di maggior benessere, di cose che potresti comperare in futuro, di tranquillità, etc.), che, se viene a mancare la credibilità nel mercato vengono a cessare, con inevitabile crollo di rendimento e liquidità di titoli analoghi e collocatori affini.

 

Di tal che, sono qui a sperare che Banche ed altri intermediari finanziari comprendano che solo attraverso la formazione e la responsabilizzazione delle persone fisiche che operano in loro nome ovvero su loro mandato, sarà loro possibile di recuperare il cliente perduto e, in generale, la credibilità del sistema. Cosa difficilmente possibile, se metti a capo delle nuove Banche risanate ex manager di analoghe Istituzioni condannate per aver mandato in giro per le imprese di tutta Italia a collocare prodotti derivati, la cui contabilizzazione, a fine anno, presenterà dei problemi.

 

Come accade in “Mary Poppins” … si tratta solo di un soldino.