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Voluntary Disclosure - Regolarizzati quasi 60 miliardi di euro

Filippo Cappio 1

La procedura di regolarizzazione dei capitali detenuti all’estero ha registrato un dato importante: ben 4 miliardi di gettito. Un nuovo percorso verso la trasparenza.

 

Di Fabrizio Vedana - articolo da Patrimonio & Consulenza - Gennaio - Marzo

 

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Sono quasi 4 i miliardi di euro entrati nelle casse dello Stato grazie alla voluntary disclosure, la procedura di collaborazione volontaria per l’emersione dei capitali detenuti all’estero.

I dati sono stati forniti dal Ministero dell’Economia e delle Finanze con un comunicato stampa del 9 dicembre scorso nel quale si precisa che la stima è stata fatta applicando aliquote medie prudenziali agli oltre 59 miliardi di euro di attività regolarizzate ai sensi e per gli effetti della legge n. 186/2014.

Sono state presentate più di 129 mila istanze, delle quali soltanto poco più di 1.500 aventi ad oggetto l’emersione di capitali non dichiarati al fisco e detenuti in Italia (cosiddetta voluntary nazionale); di queste istanze 66 mila circa sono riferibili a contribuenti uomini e 63 mila contribuenti donne; il 43 per cento circa hanno un’età compresa tra i 50 ed i 70 anni mentre gli under 30 sono meno di 2 mila. Degli oltre 59 miliardi di euro emersi quasi il 70 per cento (cioè più di 40 miliardi) proviene dalla Svizzera; da Monaco-Montecarlo proviene circa l’8 per cento (ovvero circa 4,6 miliardi di euro) e circa il 4 per cento proviene dalle Bahamas (cioè poco più di 2 miliardi di euro); da San Marino emerso poco più di un miliardo. Dalla Lombardia provengono quasi il 50 per cento delle istanze presentate; a seguire Piemonte, Emilia Romagna, Veneto e Lazio.

Sempre sulla base di quanto scritto dal MEF nel citato comunicato stampa, il 74 per cento delle attività emerse con la procedura di collaborazione volontaria sono rimaste all’estero. In tal caso due erano le possibili modalità di detenzione dei beni: intestazione o affidamento in amministrazione dei beni ad una fiduciaria italiana con relativa assunzione del ruolo di sostituto d’imposta (cosiddetto rimpatrio giuridico) ovvero diretta intestazione dei beni al contribuente con rilascio alla banca estera di specifica autorizzazione scritta alla trasmissione della documentazione e al rilascio di informazioni alle autorità fiscali italiane richiedenti (cosiddetto waiver). Tale seconda modalità, introdotta per la prima volta con la legge 186/2014 (non era, infatti, prevista con le leggi sugli scudi fiscali) e, pare, molto utilizzata, non esonera il contribuente dall’adempiere i previsti obblighi fiscali connessi alla detenzione all’estero di attività finanziarie e/o patrimoniali e ai relativi redditi da questi prodotti. Per quanti si sono avvalsi di tale modalità di regolarizzazione, è comunque ancora possibile vedersi esonerati dai citati adempimenti fiscali, con riferimento a quelli successivi al 2015, conferendo specifico incarico di sostituto d’imposta alla fiduciaria italiana. L’Agenzia delle Entrate avrà ora tempo sino al 31 dicembre 2016 per accettare l’istanza di adesione presentata dai contribuenti per il tramite dei loro professionisti; nel periodo intercorrente tra la presentazione dell’istanza e la sua accettazione i beni disclosati si troveranno in una sorta di limbo o purgatorio in quanto, pur essendo stati oggetto di dichiarazione volontaria o autodenuncia, e quindi non più nascosti al Fisco, non hanno ancora ottenuto quello speciale salvacondotto penale che la legge 186/2014 riconosce solo a seguito del perfezionamento della procedura di voluntary disclosure. Tale circostanza si verifica solo a seguito dell’integrale pagamento di imposte, sanzioni e interessi determinati in specifici avvisi di pagamento che l’Amministrazione Fiscale invierà ai contribuenti, per il tramite del professionista di fiducia.

Entrando un po’ più nel dettaglio, si precisa che potranno verificarsi le seguenti tre situazioni:

  • l’Agenzia delle Entrate concorda con le determinazioni del contribuente e invita quest’ultimo a definire la sua posizione; il contribuente paga in un’unica soluzione o in tre rate e la procedura si perfeziona;
  • l’Agenzia delle Entrate non concorda con le determinazioni del contribuente. Se vuole insistere nel perorare le sue ragioni, quest’ultimo potrà instaurare una procedura di accertamento con adesione; se la procedura va a buon fine il contribuente paga il dovuto e la procedura potrà ritenersi perfezionata;
  • l’Agenzia delle Entrate e il contribuente non raggiungono un accordo; il contribuente potrà presentare ricorso presso la competente Commissione tributaria.

È bene ricordare che nei primi due casi l’Agenzia delle Entrate sarà comunque tenuta, entro trenta giorni dal perfezionamento della procedura, a comunicare alla Procura della Repubblica territorialmente competente l’esito della stessa.

Nell’ultimo caso, ovvero qualora la procedura di voluntary disclosure non si perfezioni, in ipotesi di rilevanza penale (per esempio per superamento delle soglie di rilevanza penale delle imposte evase) la comunicazione dell’Agenzia delle Entrate alla Procura della Repubblica non avrà la finalità di rendere operativa la causa di non punibilità penale (quello che sopra abbiamo chiamato salvacondotto penale) ma varrà come vera e propria notitia criminis.

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